Back to the Home Page


L'argomento trattato fino a Novembre 2006:


da DOMUS 850 Roberto Gamba


"I FARAONI ESISTONO?"



Il ponte sullo stretto di Messina

Il fascino per la realizzazione di un’opera monumentale si manifesta soprattutto nei bambini: l’impresa costruttiva sviluppa nelle loro menti, con l’idea del progresso tecnologico, uno spirito di positività, che sembra ad essi possibile solo con la concretezza del costruire.
Molti hanno conservato dall’infanzia il desiderio di veder compiuta una delle più grandiose, possibili opere dell’uomo: il ponte, a campata unica, per il collegamento stabile tra la penisola italiana e l’isola di Sicilia.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri dell’attuale governo italiano ha annunciato con grande clamore, nelle passate settimane, che c’è, da parte sua, l’intenzione dì por fine al trentennio di incertezze per quest’opera pubblica. Lo scorso anno, Guido Gentili, editorialista del Corriere della Sera, ha già scritto un libro (L’incompiuta: dalle dighe mobili al ponte di Messina — storie di un paese ‘bloccato’), che sembra mettere sotto accusa l’indecisione della nostra classe dirigente: ma che anche rivela quanto sia irrazionale voler approvare a tutti i costi < >, per compiere opere per le quali o i soldi non ci sono, oppure le analisi preventive non hanno sancito completamente la fattibilità.
È del 1971 la legge che ha promosso l’attuazione del Ponte, da allora si sono susseguiti annunci, progetti, pareri positivi e negativi, ma la promessa dell’onorevole Berlusconi non può significare una completa garanzia per il completamento dell’opera: dal momento che la previsione di inizio lavori va al 2004 e la fine al 2010, come potrà essere solo suo il merito costruttivo?
Come potrà il Governo da lui diretto durare così a lungo? Non c’è il rischio di andare a costituire un’ulteriore caso di incompiutezza, da rilanciare ai governi successivi? L’entusiasmo attuale si basa soprattutto sugli aspetti finanziari: si coinvolgerebbero i privati nella costruzione e nella gestione dei pedaggi, ma in campo le cifre appaiono poco chiare (oltre che talmente elevate da risultare incontrollabili).
Quanto costerà definitivamente l’opera e a che prezzo l’utente automobilista, o il trasportatore ne potranno godere? L’intervento necessario e probabile di capitali extra-continentali non parrebbe suscitare entusiasmo negli imprenditori nazionali; inoltre attirerebbe piccoli e grandi interessi dell’ambiente mafioso, soprattutto per subappalti e forniture.
Il Ponte sullo Stretto è ancora un modello di non sviluppo, perché non sviluppa le forze locali, nega altre priorità sul terreno delle politiche sociali, dove urgono invece servizi diffusi e capillari; distrugge una risorsa dell’ambiente: la bellezza, afferma Osvaldo Pieroni, docente di sociologia all’Università della Calabria nel suo saggio Tra Scilla e Cariddi - il ponte sullo Stretto di Messina: ambiente e società sostenibile nel Mezzogiorno (vedi Domus n. 833). lI ponte deve essere criticato proprio a partire da aspetti che, apparentemente, non riguardano la sua fattibilità. C’è in primo luogo da considerare cos’è diventato il vivere civile nelle regioni del Sud d’italia, paurosamente segnate da cronica carenza d’acqua, inefficienza nei servizi sanitari, insicurezza, arretratezza in ogni tipo di struttura pubblica. In questi territori proprio l’ambiente e il paesaggio sono la principale risorsa, capace di far ‘migrare’, verso il Sud nei mesi di vacanza, intere popolazioni dal Nord, ove insieme incerto e irrefrenabile è lo sviluppo economico.
Ebbene questo carattere di originalità naturale del Sud va preservato,sia nel concreto, sia negli assunti di principio. Una costruzione così imponente come il Ponte (per l’impatto che verrà generato dalle infrastrutture di terraferma e dalle campate sospese sulla superficie marina) arrecherebbe sicuramente grave danno al territorio di Villa San Giovanni, in Calabria e a quello di Ganzirri, in Sicilia: ingentissime sono le opere previste per gli allacciamenti stradali e per i sostegni di partenza delle parti sospese. Per questi manufatti (che erroneamente appaiono minimi, rispetto alla maestosità del ponte in se stesso, ma che sono enormi, nel rapporto con l’intorno sul quale andranno a inserirsi) non sono previsti progetti propriamente architettonici, che diano definizione formale e materica e che rispondano alle esigenze di decoro e impatto ambientale, secondo le considerazioni, i canoni e le proporzioni proprie delle discipline compositive.
Non si può dire che si sia tenuto conto di ciò nei progetti di concorso per la fattibilità del ponte; Né sono previsti nuovi concorsi, per la definizione delle costruzioni di servizio, delle sistemazioni strutturali e delle rampe sulla terraferma. Bisogna quindi aspettarsi con molte probabilità una massiccia cementificazione, a dispetto di ogni tipo stilistico o tendenza architettonica, classica o moderna. L’ipotesi di ponte a campata unica di 3.360 metri, con torri alte 380 m e impalcato, elevato 64 m sul livello del mare è frutto di studi risalenti a parecchi anni fa: oggi le più moderne navi da carico sono alte anche 100 metri; potrebbe essere anche sconsigliato percorrere la piattaforma sospesa durante l’imperversare dei venti più forti. Eppure la realizzabilità tecnologica sembra comunque essere stata verificata scientificamente, mentre non è stata analizzata rispetto a un concetto di nuova imprevedibilità, che dovrebbe essersi instillato nelle coscienze dei governi mondiali, a seguito delle molte recenti catastrofi (a cominciare dalle Twin Towers).
La sfida inarrestabile, ai limiti della fisica e della tecnologia, può portare conseguenze a volte così gravi, da superare l’effetto dei benefici da essa indotti, Il progresso non deve essere certo fermato; ma se viene perseguito, applicando una sorta di ‘maniera’, con un intento di competitività e di autoglorificazione (la torre più alta, il tunnel più lungo, il ponte più ardito) piuttosto che di utilità, può causare conseguenze regressive per l’umanità e per l’economia stessa.
Il decisionismo chiede di imporre per tutto una soluzione, possibilmente come un colpo di bacchetta magica, una "genialità", un unico intervento definitivo. In realtà sembrerebbe più giusto perseguire una completa pianificazione delle attuazioni possibili, che permetta, a seguito dl attente analisi storiche di convivere con i problemi, per affrontarli, indirizzando lo sviluppo verso benefici diffusi.

L'epoca dei Faraoni è passata.

 

La Morgan Library è uno dei luoghi dove si custodisce la nostra memoria: quando riaprirà sarà un vero e proprio caveau
Nel ventre di Manhattan
la memoria dell'Occidente
di ALESSANDRO BARICCO

NEW YORK - Tutto iniziò con Pierpont Morgan: forse il più famoso banchiere della storia americana. Uno capace di trovare i soldi per salvare gli Stati Uniti dalla bancarotta: lo fece nel 1907. Persona riservata, a quanto pare, appassionato yachtman. Molte operazioni meritorie, qualche problema con l'antitrust. Un mito, per tutti quelli a cui piacciono i soldi. Tra le sue frasi famose (non molte, per altro) brilla questa: "Se lo devi chiedere non l'avrai mai". Immagino che si riferisse a qualsiasi cosa: il posto auto, il sale a tavola, il mondo. Morì a Roma, che è un bel posto per morire, nel 1913. Per la cronaca, i ricchi cattivi dei western una volta su cinque si chiamano Morgan.

 Come tutti i grandi miliardari americani a cavallo tra Otto e Novecento, Morgan, nel tempo libero, faceva il collezionista. Cioè comprava roba carissima (arte e antiquariato) e poi la stipava a casa sua. Sarebbe bello riflettere su questa specie di riflesso nervoso che avevano tutti quei magnati, ma purtroppo qui non c'è lo spazio. Il risultato pratico, comunque, era che tutti questi miliardari, morendo, si lasciavano dietro una scia di opere d'arte dal valore inestimabile. Morgan non fece eccezione. In particolare si lasciò dietro una palazzina in stile rinascimentale fatta costruire di fianco a casa sua, nel cuore di Manhattan: dentro c'erano i suoi libri: eufemismo: decine di migliaia di testi rarissimi, prime edizioni, manoscritti e meraviglie del genere. A donarla agli Stati Uniti fu il figlio, sei anni dopo la sua morte. Da allora quella libreria è aperta al pubblico ed è uno dei luoghi del pianeta terra in cui si conserva la memoria di quello che siamo stati. Si chiama Morgan Library, com'è giusto. Angolo tra Madison Av. e 36a strada. Cuore di Manhattan.

 Ora. Quattro anni fa, alla Morgan Library hanno deciso di risistemare un po' le cose. Ampliare la sede e riorganizzare un po' gli spazi. Hanno chiamato Renzo Piano e gli hanno affidato il progetto. C'era soprattutto da sistemare in qualche modo quel tesoro di libri, fogli, carte, incisioni, disegni: trovargli un posto. A Piano è venuto in mente Borges, la biblioteca di Babele, e quell'idea lì di biblioteca infinita. Ha pensato a qualcosa di molto trasparente, in cui ogni libro, per così dire, vedesse tutti gli altri. Forse venisse da tutti gli altri, e procedesse verso tutti gli altri. Un grande scatolone, con dentro quel tesoro di carta e galleggiare tra sguardi che potevano passare ovunque, come un unico grande cuore a pulsare un unico grandioso respiro. Poi ha deciso la cosa per cui sto scrivendo questo articolo: ha deciso che lo scatolone l'avrebbe messo sotto terra. Dentro la terra. Dentro il granito che tiene su Manhattan. Conficcato lì. In una città fatta di grattacieli, lui, la biblioteca, l'avrebbe fatta sotto terra.

Pensa quel buco, ho pensato quando l'ho saputo. Il buco prima che ci costruiscano dentro la biblioteca e tutto. Solo il buco. Metti che ti facciano entrare e tu ti vada a sedere sul fondo del buco. Praticamente saresti nel cuore del cuore del mondo. Così ho telefonato al Renzo Piano Building Workshop.

Mesi dopo mi son trovato seduto in fondo al buco, sotto il cielo grigio, con un elmetto da cantiere in testa e Renzo Piano seduto anche lui lì, come se dovessimo prendere il the. Lui è uno che quando ti spiega le cose che fa, ha sempre l'aria di dire delle cose ovvie. Lo ascolti e ti sembra evidente che anche un bambino avrebbe potuto immaginare il Beaubourg. E che chiunque avrebbe fatto l'Auditorium di Roma in quel modo. Un altro così è Ronconi, per dire. O Baggio. Più quel che fanno è pazzesco, più quando ti raccontano la genesi dell'idea sembra tutto così naturale, logico, inevitabile. Mi sa che sono così, i veri grandi.

Comunque.

Sotto il cielo grigio, Renzo Piano mi ha detto che in fondo gli architetti possono giusto fare due cose, per sfidare la natura: salire in alto, contro la forza di gravità, o scendere in basso, contro la durezza della terra. Poi si è guardato intorno. Questa volta sono sceso in basso, ha detto. Fine. Cioè, mi ha poi detto anche altre cose, ma insomma, il cuore della faccenda era lì, e non c'era niente da aggiungere. Così mi sono tolto l'elmetto e mi son messo a guardare. Era come essere seduti in fondo a una piscina profonda venti metri, solo che i bordi erano di granito e sulle sponde, invece di ombrelloni, c'erano le guglie di New York. Il granito l'hanno tagliato come se fosse burro, sono scesi giù verticali, a filo degli edifici intorno, come manovrando una enorme lama pulita. Per cui adesso tu vedi il grigio rosso della parete messa a nudo: se ne stava lì a dormire, da un'eternità di tempo, e l'ultima cosa che poteva pensare era di essere prima o poi guardata. E invece eccola lì. Fa impressione. Quello è il granito che tiene su New York. E' l'immensa placca di pietra durissima che ha suggerito la follia dei grattacieli e ogni giorno la tiene su. E' il luogo delle fondamenta. E' la forza, e la pazienza, su cui si fonda quello che c'è. E' la terra che ferma la radice, e l'inizio di tutto. E lì, proprio lì, cosa andranno ad appoggiare? Libri. Questo è geniale.

Pensateci. Prendiamo un esempio concreto. Il manoscritto del quartetto di Schubert La morte e la fanciulla. Alla Morgan Library ce l'hanno. O le prime due musiche immaginate da Mozart, bambino, e trascritte dalla mano del padre: proprio quei due fogli lì. Ce l'hanno. O la carta sui cui Dickens ha scritto Il racconto di natale. Ce l'hanno: con la sua grafia, il suo inchiostro, e l'orma dei suoi occhi. Carta. Su cui è scritto da dove veniamo. E perché siamo così. Mentre il mondo impazza, e aerei ben guidati centrano le torri più alte, voi prendete quella carta, scavate nella terra e l'andate a posare dove tutto comincia, a cercare il riparo delle fondamenta, e la forza dell'inizio, e il nitore di ogni aurora, e l'esordio di vita che è in ogni radice. Non è un gesto qualunque. Non è nemmeno un gesto soltanto architettonico. E' un simbolo, magari involontario, ma un simbolo. Mettere Mozart bambino là sotto è un confessione, e una promessa.

Credo che sia un modo di confessare che abbiamo paura, e sentiamo il bisogno di mettere al riparo quel bambino. Perché sentiamo che la barbarie delle guerra ci fa tornare primitivi e l'accelerata tecnologica ci tramuta in automi futuristici: in mezzo ci sarebbe il tempo continuo e regolare di una crescita umana, ma quelle due forze tirano in direzioni opposte e strappano quel tempo. Il bambino è il filo che tiene ancora insieme i lembi del tessuto che si sta strappando. Magari inconsciamente, ma tutti sappiamo che è quel filo che ci salverà. Allora al riparo, là sotto.

E credo che sia una promessa: un modo di ripromettersi che quei libri, quella carta, quella storia, quel tempo, sono ciò da cui si dovrebbe ripartire: il fondamento del gesto che ricostruisce un mondo vivibile. Sono le radici, e da lì bisognerebbe ricominciare il quotidiano gesto della creazione. Mi piace pensare che sia proprio Mozart bambino, o il Dickens minuto del Racconto di Natale, o la bellezza fragile di un quartetto di Schubert. C'era lì una piccola idea di uomo, così laica e semplice, così magnificamente imperfetta, che davvero sembrerebbe l'unica possibile rifondazione di un'umanità giusta. Magari sopravvaluto il valore della storia della cultura: ma quella bellezza non è l'unica memoria viva che abbiamo per ricordarci di cosa volevamo essere? Né guerrieri, né santi, né superuomini: semplicemente, uomini.

Per cui adesso c'è un cantiere, ma prima o poi, probabilmente tra un paio d'anni, ci sarà una biblioteca, in quel buco: Mozart bambino nelle nervature della pietra che tiene in piedi il cuore del mondo. E andarci sarà come andare a visitare un monumento. Sarà come andare a rendere omaggio a un'idea. Madison Avenue, tra la 36a e la 37a. Segnatevi l'indirizzo, per favore.

(7 maggio 2004)

 



Back to the Home Page


Copyright ArchZone © 1998